
Il Carnevale, si sa, non è nato ieri. Affonda le sue radici in quei riti pagani in cui si festeggiava la fertilità, si scacciava l’inverno e si faceva un po’ di baldoria senza troppi sensi di colpa. Dai greci con le Dionisiache ai romani con i Saturnali: insomma, la storia è lunga e già allora la gente aveva capito che ogni tanto serve staccare la spina.
Arrivato il Medioevo, l’idea piacque così tanto che finì pure nel calendario ecclesiastico. “Va bene divertirsi”, dissero, “ma poi tutti in Quaresima a rigare dritto”. Nel frattempo, però, si concedeva un piccolo lusso: capovolgere l’ordine sociale. Il “folle” poteva dire ciò che gli altri pensavano ma non osavano dire. Una specie di antenato del comico satirico, solo con più campanelli addosso.
Poi arrivarono Napoleone e la Restaurazione, che con gli scherzi non andavano molto d’accordo. Risultato: Carnevale quasi messo in castigo. Ma si sa, certe tradizioni hanno la pelle dura, e appena possibile sono tornate a far capolino.
Ce lo racconta Enrico Scribante, storico locale e cacciatore di memorie, che ha riportato alla luce le radici profonde del nostro Carnevale valsesiano, consolidatosi da metà Ottocento. All’inizio i protagonisti erano fantocci: Marcantonio e la Cecca a Varallo, Peru e la Gin a Borgosesia, Babacciu e Plandrascia a Gattinara. Tutti destinati al rogo finale, ma sempre con grande affetto.
I primi Carnevali funzionavano quasi come società di mutuo soccorso: niente politica, tanta beneficenza. Una delle tradizioni più antiche era la distribuzione del cibo ai poveri, ai bisognosi e persino ai carcerati. Nel dopoguerra, con spirito democratico, si passò a sfamare… tutti.
Negli anni ’20 e ’30 i carri erano un po’ come i telegiornali ambulanti: raccontavano fatti nazionali e internazionali, spesso con più sincerità di quella ufficiale. E la satira non mancava mai. Ne valga uno per tutti del 1928, una satira sul miglioramento della razza con un vino prodotto da una ditta locale:
Per migliorar la razza dell’Italia nostra cara la question l’abbiam risolta col Chinal al Gattinara

Dagli anni 50 i carri si vestirono di fiori di carta. Ore e ore di lavoro certosino, ma il risultato lasciava tutti a bocca aperta.

Un altro elemento che ha caratterizzato questo periodo sono stati gli epici scontri, le ‘battaglie’ tra rioni , tra tabine e tra paesi. Storico quello contro con la ‘Corazzata Pace e Bene’ di Lozzolo.
Sui carri attrezzati con potentissime pompe i serventi al pezzo, sommariamente protetti con caschi, griglie e tute impermeabili, affrontavano impavidi getti d’acqua sparati alla massima potenza, mentre il resto dell’armamento era costituito da arance, cenere, patate scagliate con precisione contro gli avversari. Chi per primo abbandonava il campo per esaurimento d’acqua o di munizioni o per manifesta inferiorità, sanciva la vittoria dell’avversario,.
Tutto questo era possibile grazie a una manovalanza instancabile e a un autofinanziamento che oggi sembra fantascienza: figuranti, banco di beneficenza, biglietti d’ingresso.
Oggi i Carnevali moderni devono fare i conti con meno soldi e meno volontari, ma non con meno coraggio. Anzi: chi continua a costruire carri, organizzare feste e tenere viva la tradizione merita un brindisi speciale.
E allora, come si dice da noi, alziamo i calici e gridiamo forte: “Eviva al Carlavè e chi ca lu sa fè!”

